giovedì 27 settembre 2012

LIBERA MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO ED EFFICACIA DELLA PENA - IL CASO SALLUSTI




Ieri pomeriggio la Suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattordici di reclusione per l’ex direttore di “Libero” (oggi direttore de “Il Giornale”) Alessandro Sallusti.
Il giudizio si riferisce ad una vicenda che ha avuto inizio nel febbraio del 2007.
Una bambina, di soli 13 anni, rimasta incinta del fidanzatino di 15, abortisce, in un ospedale di Torino.
La piccola, rimasta orfana e adottata all’età di 8 anni, ha dietro le spalle, secondo quanto riferiscono le cronache, un’infanzia molto difficile.
I genitori adottivi si separano dopo pochi anni dall’adozione.
La giovane, non è chiaro se a seguito delle insistenze della madre, sottoscrive i moduli con i quali chiede l’intervento.
Il fatto che i genitori siano separati e che il padre, non informato della situazione, non possa dare il suo consenso, impone, in applicazione delle leggi vigenti, che il giudice tutelare - in questo caso quello di Torino - valuti la situazione, i motivi della decisione della minore e, qualora li ritenga validi, conceda, a quest’ultima, l’autorizzazione a decidere in autonomia. In sostanza, il Magistrato, in questi casi, preso atto della volontà della minore e del genitore consenziente (la madre), concede l’autorizzazione sostituendo l’altro genitore (il padre).
Alcuni giornali hanno raccontato la vicenda con toni commossi ed opportunamente sommessi.
Sul quotidiano “Libero”, allora diretto da Alessandro Sallusti, uscì un editoriale, firmato “Dreyfus”, nel quale si leggeva: «il magistrato ha ordinato un aborto coattivo» e «Se ci fosse la pena di morte, se mai fosse applicabile, questo sarebbe il caso. Al padre, alla madre, al dottore e al giudice”.
Il giudice tutelare che aveva concesso l’autorizzazione, sebbene non citato esplicitamente nell’articolo, ha querelato, per diffamazione a mezzo stampa, il direttore responsabile del quotidiano.
L’Associazione Culturale PARTECIPAZIONE (così come il sottoscritto Troglodita che ne fa parte) nella propria attività culturale e sociale si ispira (come è precisato anche in sede di presentazione sul sito) ai principi sanciti nella Costituzione della Repubblica Italiana e nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Nelle fondamentali Carte è affermato il diritto fondamentale alla libera manifestazione del pensiero.
Non è per caso, infatti, che l’Associazione ha salutato con entusiasmo, nell’ottobre scorso, il ritorno in edicola del settimanale satirico “il Male” che è stato, probabilmente, il più censurato della storia della Repubblica italiana.
E’ fuori di dubbio, quindi, l’incondizionato sostegno di chi scrive, e sicuramente dell’Associazione Culturale PARTECIPAZIONE, a qualsiasi proposta di legge mirata ad eliminare la comminazione della pena della reclusione a carico di chi si rende responsabile della violazione (a maggior ragione quando la responsabilità è solo di posizione ed imputata di diritto) delle norme mirate a contemperare il diritto alla libera manifestazione del pensiero con quello, non meno importante, a non essere diffamati.
Detto questo, ritengo necessarie alcune precisazioni sulla vicenda e sull’ipotesi di opportune modifiche normative.
Per quanto concerne i fatti, è opportuno chiarire che la Magistratura, nei tre gradi di giudizio, ha accertato la falsità dell’affermazione che il Giudice Tutelare avesse “ordinato” l’aborto.
Il Giudice ingiustamente “accusato” si era dichiarato pronto a rimettere la querela in cambio di ventimila euro da devolvere all’Associazione “Save The Children”. Da parte del quotidiano e del suo ex direttore non risulta sia mai stato scritto un rigo di scuse diretto al Magistrato.
Si urla all’ingiustizia ed alla illiberalità (non senza motivo) della legge italiana in materia, ma si “dimentica” che editrice dei quotidiani di cui Alessandro Sallusti è stato ed è direttore è la famiglia del Presidente del Consiglio che ha governato per 18 degli ultimi 20 anni l’Italia e che avrebbe potuto, come ha dimostrato in diverse molteplici occasioni, proporre agevolmente le opportune modifiche di legge.
Peraltro, risultano stridenti le “vittimistiche” dichiarazioni di Sallusti di voler rinunciare alla scorta di cui ha, giustamente, fruito negli ultimi due anni, con l’evocazione della “pena di morte” da applicare, qualora fosse legislativamente prevista, nei confronti “del padre, della madre, del dottore e del giudice”, della bambina.
Hanno riflettuto, almeno per un attimo, nella redazione di “Libero” sul rischio cui venivano esposte le persone indicate nella lista dei “colpevoli” dell’evento, soprattutto in un Continente nel quale, negli ultimi tempi, non sono mancati i tragici effetti del fanatismo di qualsiasi ispirazione? Le teorie, sostenute per anni, sui nefasti influssi che hanno esercitato sulla società i c.d. “cattivi maestri” avevano un fondamento o costituivano meri strumenti di lotta politica? Le affermazioni relative alla “pericolosità delle parole” quanto spazio hanno trovato nei loro pensieri quando decisero di pubblicare l’articolo?
Per quanto riguarda le modifiche normative necessarie per evitare la comminazione del carcere per il reato di “diffamazione a mezzo stampa” che, indubbiamente, incide sulla libertà di manifestazione del pensiero, credo sia indispensabile farle precedere da un’attenta riflessione sull’efficacia della pena prevista a tutela della dignità ed onorabilità dell’ingiustamente offeso e sul rispetto del principio fondamentale di uguaglianza.
Mi spiegherò ponendo due quesiti.
In quale misura potrebbe essere difesa la dignità di una persona qualora la legge prevedesse, nell’ipotesi di reato, la sola sanzione pecuniaria e protagonista della violazione fosse un giornalista molto abbiente o che lavora alle “dipendenze” di un editore dotato di rilevantissimi mezzi economici che lo utilizzasse per campagne di stampa contro i propri avversari e lo garantisse nel pagamento delle sanzioni (provvedendo al suo posto)?
In quale misura sono garantiti il diritto alla libera manifestazione del pensiero e quello di uguaglianza qualora un giornalista indipendente (free lance) o che lavora per una testata “povera” si trovi ad essere citato in giudizio (in sede civile) con richieste di risarcimento, anche infondate, per un milione di euro?
L’urgenza di evitare all’attuale direttore de “Il Giornale” il carcere, determinata anche dalle dichiarazioni secondo le quali rifiuterà l’affidamento ai servizi sociali, rischia di provocare l’emotiva (e demagogica?) approvazione di modifiche normative che, sostanzialmente, potranno comportare la violazione di diversi diritti fondamentali della persona e non solo di uno.

Roma, 27 settembre 2012                                                          il Troglodita

martedì 31 luglio 2012

RIFLESSIONI ESTIVE SULL'OPERATO DEL "GOVERNO MONTI", L'EQUITA' DELLA SUA AZIONE ED I REALI SCOPI PERSEGUITI


RIFLESSIONI ESTIVE SULL’OPERATO DEL “GOVERNO MONTI”, L’EQUITA’ DELLA SUA AZIONE ED I REALI SCOPI PERSEGUITI.

Al momento del suo insediamento il governo presieduto dal prof. Mario Monti, nonostante dovesse affrontare una crisi senza precedenti, ha enfatizzato molto l’equità che avrebbe caratterizzato la sua azione riparatrice. Opportuno, pertanto, sarebbe stato, innanzitutto, tener presenti quali categorie di cittadini avevano già particolarmente sofferto gli effetti di una crisi iniziata come finanziaria e trasformatasi ben presto in economica.
Nonostante le diffidenze nei confronti del governo, dovute, soprattutto, al ceto di provenienza dei suoi componenti, era tale la disperazione per quanto si stava vivendo e presente la vergogna, anche internazionale, per  l’”attività” di quello precedente che è, comunque, parso, alla maggior parte degli italiani, che si fosse intrapresa la via per uscire da un incubo.
In parte questo è stato vero. Innegabile, peraltro, è stato anche il recupero di un qualche ruolo nella politica europea ed internazionale del nostro Paese. Le credibilità internazionali (e, in particolare, negli ambienti della finanza e dell’economia) personali del Presidente della BCE Mario Draghi e del nuovo Presidente del Consiglio Mario Monti hanno indubbiamente garantito un qualche respiro.
Nessuno, infatti, può dimenticare gli umilianti “baciamano” a Gheddafi seguiti dalle bombe (la Francia ha utilizzato le proprie bombe per sostituirci, quale partner privilegiato della Libia, nell’acquisto del petrolio; noi le abbiamo utilizzate, confusamente, per tentare di ricoprire un qualche ruolo); le penose lamentele, durante un summit internazionale, rivolte dall’ex presidente del Consiglio al Presidente degli Stati Uniti; la sottoscrizione di un impegno a conseguire il pareggio di bilancio entro il 2013 mentre avremmo potuto ottenere di farlo entro il 2014; gli insulti  degli ex ministri contro l’opposizione ed i non allineati; le passeggiate di esponenti del governo, con maiale al guinzaglio, costate care agli italiani; etc.
Il bilancio sull’equità delle misure intraprese, però, è stato, almeno finora, del tutto negativo.
Non è facile capire quanto sia stato dovuto all’urgenza di reperire risorse (e la lotta all’evasione fiscale non avrebbe potuto dare, in tal senso, i necessari risultati immediati), agli equilibri della complessa maggioranza che sostiene l’attuale Governo o alla difficoltà di una comprensione reale, e non solo intellettuale, da parte dei componenti di quest’ultimo, dell’estremo disagio nel quale versano gli strati poveri della popolazione e l’ex ceto medio.
Nei fatti, però, di equità se ne è respirata davvero poca.
La patrimoniale è stata esclusa e le uniche misure indirizzate in tal senso hanno colpito, una volta di più, l’ex ceto medio; la ricchezza è stata esaltata come un fattore positivo da preservare all’interno del Paese ma non altrettanto si è detto o fatto nei confronti del lavoro e della sopravvivenza delle persone.
Senz’altro encomiabile è stata la misura che ha dichiarato onorari tutti gli incarichi presso enti non istituzionalmente previsti, ma non basta.
L’aspetto che preoccupa è rappresentato dal gioco a carte coperte che sta conducendo il Governo.
Nelle dichiarazioni esso è teso a riattivare un processo di “crescita”, nei fatti, mira ad ottenere gli effetti di una svalutazione che, in presenza di una moneta unica, non gli è possibile realizzare.
Attraverso la strisciante e sistematica minaccia di licenziamento dei lavoratori dipendenti, si vogliono indurre questi ultimi ad accettare, per disperazione, condizioni di lavoro e di salario inaccettabili (si scusi l’apparente bisticcio di parole). In tal modo, pur senza procedere ad un’impossibile ordinaria svalutazione, si ritiene che gli effetti raggiunti saranno analoghi.
Se si pone tale ultimo obiettivo al centro dell’azione del governo, infatti, vedremo che le tessere del mosaico troveranno una loro logica collocazione, viceversa, se cerchiamo di inserirle in una regia mirata alla “crescita” ci accorgeremo che non è possibile trovare l’incastro.
E’ vero che per evitare di essere impiccati al cappio del pareggio di bilancio è necessario reperire urgentemente risorse certe e che la strada più facile da percorrere per farlo è, sicuramente, quella di dragare, per quanto possibile, il risparmio privato e, fino all’inverosimile, i salari, ma è altrettanto innegabile che le misure messe in campo sono recessive e che contrastano, incontrovertibilmente, con ogni ventilata ipotesi di crescita.
Ci è stato raccontato che per contenere la spesa pubblica e non essere costretti ad aumentare, subito (nessuna garanzia è stata data per i successivi sei mesi), l’IVA di due punti sarà necessario ridurre del 20% il numero dei dirigenti pubblici e del 10% quello degli altri dipendenti del pubblico impiego.
Si pensa veramente che una tale “terroristica” misura non produrrà l’effetto di ridurre ulteriormente e drasticamente la domanda interna? Le centinaia di migliaia di persone che sentono a rischio il proprio presente, oltre che il proprio futuro, saranno, forse, propense a spendere? L’effetto non sarà ancora più dirompente rispetto all’ipotesi di aumentare l’IVA di due punti (senza considerare l’ipotesi di farlo nei successivi sei mesi)? Quale potrà essere l’inevitabile contraccolpo sulle piccole imprese che operano in ambito locale?
E’ stato anche affermato che, in tal modo, si vuole ridurre la spesa “improduttiva”.
Il Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera ha dichiarato che l’Amministrazione Pubblica Centrale (statale) non è dotata di organici sovrabbondanti (in sostanza i dipendenti occupati sono quelli necessari per farla funzionare), aggiungendo, poi, un’affermazione sorprendente e molto significativa: è, tuttavia, necessario che si proceda anche in essa al “taglio” dei dipendenti “per dare l’esempio”.
Se non fossimo certi, come siamo, che il Ministro Passera è un uomo intelligente, brillante e pieno di buon senso, saremmo indotti a pensare che si tratti delle dichiarazioni di uno psicopatico.
Cosa significa “dare l’esempio”, tagliando posti di lavoro (necessari per un regolare funzionamento della macchina statale) e gettando famiglie intere nelle disperazione quando ciò non è necessario?
E’ in questo modo che si vuole riavviare un sano processo di crescita?
Il Presidente del Consiglio Mario Monti, peraltro, ha dichiarato, alcuni mesi fa, che ogni euro investito nell’Agenzia delle Entrate (Ente che subirà i “tagli”) produceva, per le casse statali, un ritorno di quattro euro.
Come si concilia questa affermazione con i presunti tagli alla “spesa improduttiva” considerato, peraltro, che le “consulenze” esterne subirebbero, secondo il piano, una riduzione del solo 20%?
Per quanto riguarda il pubblico impiego, inoltre, è necessario sottolineare che il numero dei dipendenti pubblici per abitanti è perfettamente in linea con la media dei valori riscontrabili negli altri Paesi europei.
Quanto alla produttività individuale, invece, è doveroso riconoscere che essa ci colloca all’ultimo posto rispetto agli altri grandi Paesi del Continente. E’, tuttavia, altrettanto necessario sottolineare che allo stesso risultato negativo (ultimo posto)  ci relega la produttività dei dipendenti privati italiani.
Chiunque abbia visto all’opera dipendenti, privati o pubblici, italiani e dipendenti stranieri, però, avrà, sicuramente, riscontrato (al di là di folkloristici stereotipati luoghi comuni) che i primi, sia per preparazione, sia per operosità, non sono peggiori dei secondi. Dove risiede allora il problema? Perché i nostri lavoratori risultano meno produttivi?
Senza voler indagare nei pur conosciuti “meccanismi” che regolano le posizioni e gli incarichi nel mondo del lavoro nostrano e senza voler dimenticare il peso della corruzione (che tutto corrompe e rovina), punterei l’indice su tre fattori: il proliferare di leggi (e conseguenti provvedimenti di attuazione) spesso incoerenti e mal scritte (in Italia superiamo abbondantemente le 300.000 mentre negli altri grandi Paesi europei siamo nell’ordine di qualche decina di migliaia) che rendono difficile il lavoro di chi deve applicarle ed elefantiaca la burocrazia, il ritardo, soprattutto in alcuni settori (per esempio, la giustizia), nell’informatizzazione e l’inadeguatezza dei locali in cui risiedono le strutture.
E’ chiaro che i mezzi a disposizione del lavoratore possono “fare la differenza”. A chiunque abbia frequentato un tribunale del lavoro (che dovrebbe garantire un procedimento più rapido rispetto a quello ordinario), per esempio, non sarà certamente sfuggita la condizione da “terzo mondo” nel quale operano i magistrati ed i pochi dipendenti amministrativi che li coadiuvano (locali inadeguati, archivi privi, spesso, di supporti informatici). Come possiamo paragonare la produttività di quei dipendenti del Ministero della Giustizia con quelli di altri Paesi senza tener conto di tali fattori?
Lo Stato non rimborsa tempestivamente i contribuenti per i crediti fiscali maturati, è colpa della scarsa produttività dei dipendenti o della “burocrazia” (parafulmine generico dietro al quale si nascondono debolezze di sistema che andrebbero analizzate singolarmente ed approfonditamente a cominciare dai problemi creati da un’inadeguata produzione legislativa) oppure del fatto che non sono messe a disposizione degli uffici deputati alla restituzione le risorse necessarie?
Troppo facile ed abusata è, poi, la strategia di porre in contrasto i lavoratori pubblici con quelli privati. Basterebbe, probabilmente, un minimo di impegno per conoscere le realtà reciproche per capire quanto falsi siano alcuni luoghi comuni (senza, per questo, voler minimamente giustificare o proteggere i corrotti o quanti, volutamente, tengono condotte parassitarie) e altrettanto funzionali all’occultamento delle reali distorsioni ed al successo di personali interessi antagonisti (es. richieste di consulenze del tutto inutili o nomine di alti dirigenti privi dei requisiti necessari a ricoprire l’incarico). Qualcuno ricorda, in proposito, le dichiarazioni del celebrato manager FIAT Sergio Marchionne in occasione dell’”imposizione” (grazie anche alla complice assenza del precedente Governo dalla funzione riequilibratrice delle posizioni contrattuali) del nuovo contratto di lavoro “differenziato” per i lavoratori dello stabilimento di Pomigliano d’Arco?
In quel frangente, affermò che il “nuovo modello” (mutuato forse da quelli in vigore nei primi anni della c.d. rivoluzione industriale) sarebbe stato applicato al solo stabilimento campano in ragione del significativo maggiore “assenteismo” che si registrava in esso rispetto agli altri impianti presenti sul territorio nazionale.
In brevissimo tempo, il “modello Pomigliano d’Arco” è stato esteso (imposto) agli altri stabilimenti nazionali.
Nella giornata di ieri, il Ministro per i rapporti con il Parlamento Patroni Griffi ha dichiarato che risulterebbero essere presenti, nel pubblico impiego (probabilmente si riferiva all’Amministrazione Centrale), circa undicimila “esuberi”. Tale dato sembrerebbe sia stato ricavato dal rapporto tra le piante organiche e gli attuali impiegati. Taglieremo di più dove maggiore è lo squilibrio e meno dove risultano carenze di organico, ha dichiarato. Peccato che nella Legge n. 87 del 2012 (se non ricordo male) sia disposto che, ai fini della riduzione del personale, le “piante organiche” sulle quali effettuare i “tagli” siano rappresentate dai dipendenti che sono attualmente in servizio indipendentemente da qualsiasi rapporto con i carichi di lavoro individuali e collettivi (o con le ultime reali “piante organiche”, redatte in base alle funzioni da svolgere, ai servizi da erogare ed ai carichi di lavoro e dalle quali possono risultare le “eccedenze” o le “carenze” effettive di personale). Mentre sostanziosi dubbi si possono nutrire sui fini realmente perseguiti dalla strategia messa in campo per riavviare la “crescita”, non si possono sollevare altrettante perplessità sull’efficacia fuorviante di quella comunicativa posta in essere dall’attuale Governo e sull’assenza, pressoché totale, di equità nelle misure da esso messe in campo.
Per concludere, anche se non pertinente, voglio richiamare l’attenzione sull’ostinato impegno profuso, in questi giorni, dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) per screditare gli interventi, in aiuto dell’euro, che sta ponendo in essere la Banca Centrale Europea (BCE). Dopo aver minacciato, nei giorni scorsi, di escluderla anche dalla “troika” che si sarebbe dovuta recare in Grecia per “verificare l’operato” di tale martoriato Paese, sta adoperandosi, con continue dichiarazioni “al vetriolo” per convincere “i mercati” che le manovre di alcuni Stati e delle Istituzioni europee (BCE in testa) non avranno gli sbocchi sperati. Qualche malpensante, potrebbe intravedere un’analogia delle sue intempestive e, spesso, non del tutto fondate valutazioni  con i “pareri” emessi dalle tre, ormai famose (purtroppo) compagnie di rating americane. Sembrerebbe che alcuni “Organismi” internazionali abbiano “scommesso” sul fallimento dell’euro e dell’area di riferimento.
E’ molto strano in confronto, peraltro, il pochissimo clamore (non ho sentito nemmeno la voce dell’Unione Europea, forse per distrazione), soprattutto in relazione alla portata della “scoperta”, che sta avendo lo scandalo della fissazione manipolata del LIBOR (London Interbank Offered Rate - tasso interbancario su Londra che costituisce un riferimento per i mercati finanziari). Si tratta, in sostanza, del tasso variabile giornaliero, calcolato, dalla British Bankers' Association, sulla base dei tassi d'interesse richiesti per cedere a prestito depositi in una determinata moneta (tra cui l’euro) da parte delle più importanti banche presenti sul mercato interbancario della “City”.
E’ intuitivo il ruolo che possa aver giocato e possa rivestire un’alterazione arbitraria dell’equilibrio sul valore reale delle diverse divise sulla crisi finanziaria dell’area euro.
Nel ritornare al Fondo Monetario Internazionale, nell'articolo 1 dell'”Accordo Istitutivo” sono definiti quelli che dovrebbero essere i suoi scopi. Fra gli altri figurano: promuovere la cooperazione monetaria internazionale; promuovere la stabilità e l'ordine dei rapporti di cambio evitando svalutazioni competitive; dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili con adeguate garanzie le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti; abbreviare la durata e ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli Stati membri. In sostanza, il F.M.I. dovrebbe regolare la convivenza economica e favorire i Paesi in via di sviluppo.
Sarei curioso di sapere quanti siano coloro che leggendo gli scopi indicati nel citato articolo 1 e considerando le dichiarazioni degli ultimi giorni (mirate palesemente a minare la fiducia nella ripresa di Paesi quali l’Italia e la Spagna e, conseguentemente, di tutta l’area euro) provenienti dall’FMI abbia ravvisato un coerente perseguimento dei primi (con particolare attenzione agli ultimi due obiettivi).
Oltre che procedere alla rapida costituzione di un’agenzia di rating europea (così come ha fatto la Cina) ed a ripensare all’indisturbata centralità che la piazza inglese ricopre per la finanza internazionale, sarebbe opportuno, probabilmente, rimettere in discussione il ruolo del Fondo Monetario Internazionale o, almeno, l’operato dei suoi vertici in occasione dell’attuale crisi economica e finanziaria.

Roma, 31 luglio 2012                                                   Gianfranco Serio

giovedì 3 maggio 2012

CACCIA AL COLPEVOLE

da manlio 3 Aprile 2012

Nel mio ultimo post avente per argomento il finanziamento pubblico dei partiti e molto altro ancora, non ho risposto se non in minima parte ad una interessante domanda fatta da Gianfranco nel suo articolo del 30 Aprile u.s., che riporto nel seguito

.      Uno degli sport nazionali di maggior successo è la “caccia al colpevole”. Spesso nel praticare questa attività siamo molto indulgenti con noi stessi e particolarmente portati all’autocommiserazione. Ma quali sono le responsabilità che gravano su ognuno di noi per la pigrizia, la distrazione e l’indulgente complicità (quando non, peggio, la compiaciuta partecipazione ad episodi minori) nei confronti del malaffare che ha corrotto il tessuto sociale e politico nel nostro Paese?                                    La risposta che ho dato nel mio precedente post riguardava la nostra responsabilità nel non esprimere disapprovazione nei confronti del malaffare; disapprovazione che io avevo affrettatamente considerato compresa in generale nella mancanza di partecipazione.    Ritengo però che questa supposizione sia stata un po' ardita e vorrei ora completare la risposta.    Certamente se ci si riferisce, per questa responsabilità, alla mancata esternazione della nostra disapprovazione, quanto già detto con riferimento alla partecipazione politica è ancora valido e sufficiente.    Credo però che Gianfranco volesse riferirsi al fatto che, al di là della possibilità "tecnica" di esternare tale disapprovazione, in pratica noi questo desiderio profondo di disapprovare neanche lo sentiamo, mentre siamo pronti a lamentarci che le cose non vanno affatto bene.    Non solo ma qualche volta siamo anche capaci di approvare (altro che disapprovare !) qualche manifestazione di illegalità !    Alla domanda "Quanto siamo colpevoli di ciò ?" vorrei rispondere come segue.                              Stabilito che la democrazia è certamente un regalo prezioso che si fanno le società (le Nazioni) dotate di una cultura avanzata in cui i valori essenziali della convivenza sono il bene comune, il rispetto dei diritti, il principio dell'uguaglianza etc. etc., ciò non vuole affatto sottintendere che tali società possano vivere senza una serie di imposizioni (le leggi appunto) che rendano possibile la convivenza.            Per trovare la motivazione di questa necessarietà (che potrebbe anche apparire incomprensibile) occorrerebbe tirar fuori argomenti filosofici ma io vorrei cavarmela con due semplici considerazioni.     La prima è che gli insiemi fisici complessi vanno naturalmente verso il caos (ricordate l'entropia delle lezioni di fisica ?).       La seconda è che, supposto che nel giorno del primo maggio quattro milioni di Romani intendano recarsi alla stessa ora in piazza San Giovanni per celebrare insieme la ricorrenza e per assistere allo storico concerto (buone intenzioni dei Romani , parafrasi dei buoni intendimenti di un popolo, conformi ai principi democratici ) e che questi Romani si muovano o andando a piedi o utilizzando biciclette, vetture private, mezzi pubblici, sicuramente ben pochi arriverebbero in piazza senza l'aiuto dei semafori e della rigida e precisa organizzazione del traffico.    Tutto il discorso precedente vuole dire che il buon governo non è un'opzione in più per vivere nel rispetto delle leggi ma che è INDISPENSABILE. Nel senso che le carenze dei governanti facilmente possono produrre un sistema in cui diventa molto difficile il rispetto delle regole.        Tornando alla parafrasi dei romani che vanno tutti insieme verso piazza San Giovanni, se per un errorre degli organizzatori un semaforo resta rosso trenta minuti e se un pedone alla fine non ce la fa più ad aspettare ed attraversa....certamente il pedone è colpevole di un'infrazione, certamente dovrà essere multato ma prima di lui è colpevole l'organizzazione che ha previsto un semaforo incongruente con le esigenze della mobilità.                          Concludo con la seconda considerazione : nel nostro Paese attualmente, sulla base di quanto appena detto, per tante piccole imprese, per tanti che lavorano in proprio, per tanti che rischiano piccoli capitali per piccoli introiti, per milioni di persone e di famiglie....essere  perfettamente "legali" è davvero un'azione votata al sacrificio, è davvero un atto eroico.     Chiaramente non è così per altri che si comportano illegalmente per semplice interesse.               Questo e ciò che penso e vorrei il vostro parere.                                       manlio



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